Rinunciare al servizio pubblico

 Rinunciare al servizio pubblico

 

(tempo di ascolto/lettura: 7 minuti)

In queste settimane sto girando il Nord Est per produrre un documentario per Radio3, pur non essendo ancora proprio sicuro sicuro che su Radio3 ci vada. Ogni volta che Radio Rai mi commissiona un documentario, ha sempre il sapore de ”l’ultimo documentario”. I conti sono in rosso di qualche decina di milioni di euro, la tensione sindacale è fortissima all’interno di un’architettura sindacale anomala (la radio ha chiuso negli ultimi decenni quasi tutte le sedi regionali senza poterne licenziare i dipendenti, dai baristi agli orchestrali) e i “collaboratori esterni” sono la prima voce tagliabile che consente di far alzare di qualcosina il bilancio senza scontentare nessuno se non i collaboratori esterni che all’interno dell’azienda non contano niente. Radio Rai è il più potente editore radiofonico italiano, e nonostante questo da anni sforna piani industriali senza la minima ombra di un piano editoriale.

Quindi, ogni volta che Radio Rai mi chiede qualche documentario, ha sempre il sapore de “l’ultimo documentario”.

Una volta stesa la progettazione di massima, definito l’obiettivo e stesi i processi organizzativi e redazionali, inizia la parte che odio di più del fare un documentario radiofonico: alzare il telefono e recitare la formula “Buongiorno, mi chiamo Jonathan Zenti, sono un giornalista, sto facendo un documentario per Radio3. Volevo chiederle…”.

Poi succede che il documentario ti porta ad andare in un paese, come mi è successo la settimana scorsa, e di decidere di starci per qualche giorno, per iniziare a fare ricerca e registrazioni. E quando lo faccio di solito arrivo nel paese, entro nella Pro Loco e recito “Buongiorno, mi chiamo Jonathan Zenti, sono un giornalista, sto facendo un documentario per Radio3. Volevo chiederle…”. E da lì faccio surf sul flusso di interazioni che si generano.

La prima espressione che compare sui volti di chi ascolta quella formula è quella del TERRORE. Siamo italiani, sicuramente abbiamo qualche bacinella di acqua sporca nei nostri scantinati, e la prima cosa che pensiamo quando sentiamo “giornalista-rai” è “Oddio ci sono quelli di Report, mi hanno beccato, adesso cosa rispondo, sicuramente perderò il posto” (perché a tutti ci piace Report finché l’obiettivo non sta inquadrando noi). Passata la fase del terrore, arriva quella del disgusto per la categoria dei giornalisti, e la rassegnazione a quel momento in cui devo pagare per l’etica del giornalismo italiano che spesso tratta le persone, le loro storie e le risorse che il patrimonio umano ci mette a disposizione come i conquistadores trattarono le civiltà americane precolombiane.

Una volta che con braccio appoggiato al bancone, occhio a mezz’asta e voce sexy diaframmatica supero anche questo ostacolo, si inizia a fare il documentario.

Dire “RAI” diventa, improvvisamente, pronunciare una parola dal valore inestimabile. L’espressione è quella del “Wow, quello che dico, quello che penso, quello che ho vissuto, lo potrò condividere con centinaia di migliaia di persone”, per quella operazione ancora straordinaria che consente di fare la tecnologia della comunicazione attraverso i “ripetitori”, cioè di ripetere le proprie parole centinaia di migliaia di volte con lo sforzo di una volta soltanto. Poi, quando accendi il microfono e glielo punti in faccia come fosse una pistola, ti chiedono “Cosa devo dire?” E io dico “Io sto facendo un documentario su questo. Lei può dire quello che vuole”. Ecco che la fonte inizia a zampillare, e unita con le altre fonti, a diventare un fiume di storie che scorre volontariamente in nome di quella piccola missione che annuncio al mio arrivo, ovvero “documentario per Radio RAI”.

Ad un certo punto, quando si percepisce che la fonte ha dato quanto poteva, io dico “sono apposto”. Si spegne il microfono, ma la fonte continua a sgorgare e a lavorare per la RAI. C’è chi tira fuori il telefono e , rubrica alla mano, ti dice “dovresti provare a chiamare costui, fai pure il mio nome”, c’è chi tira fuori il prosecco che fa lui, chi ti riempie le braccia di libri dicendoti “Poi se ripassi me li riporti”, chi ti regala idee per altri lavori “c’è questo anziano che fa lavori in legno, bisognerebbe documentare il suo lavoro finché è ancora al mondo”, chi ti riempie lo zaino di bottiglie del prosecco che fa lui, chi ti chiama mentre sei sul viaggio di ritorno per dirti che ti spedisce del materiale che ha trovato, chi ti riempie la mail di foto che si è messo a scannerizzare, chi ti promette una cena per quando torni. E soprattutto tutti chiedono “Poi me lo dici quando va in onda?”. E lo vogliono sapere perché quel lavoro è anche loro, hanno messo un pezzo della loro biografia e della loro competenza per un servizio che è pubblico, ovvero un servizio che vive se le persone a cui è rivolto vi partecipano.

Spesso (e i Gr di RadioRai sono i primi a fare questo errore nei loro comunicati stampa) si confonde il “pluralismo” con il “servizio pubblico”. Sono due cose differenti e non sostituibili. Il pluralismo è una strategia editoriale di un organo privato, che decide, in autonomia, di rappresentare quanto più target possibile. Ma lo decide, in virtù di una strategia editoriale. Il pluralismo è una strategia privata, anche quando viene promossa dallo stato e dalle sue agenzie di riferimento, in quanto chi la promuove aderisce comunque ad un uso privato del servizio pubblico (il pluralismo, ad esempio, consente di dire chi sta nel plurale e chi no). Il servizio pubblico invece sta nel mettere gli strumenti a servizio della comunità, vuol dire che l’editore non usa le risorse per i ricavi, ma usa i ricavi per le risorse; risorse che sono le persone con le loro storie, che sono il “pubblico” al quale viene chiesto di partecipare alla storia collettiva del nostro territorio a cui la radio può fare da “ripetitore”. La radio pubblica ha la possibilità di essere non tanto “per tutti”, ma “di tutti”, e per farlo bisogna che la radio sia a servizio della comunità, di chi voglia parteciparvi. Solo dal chiarimento su questo obiettivo e dal suo incondizionato perseguimento, può nascere anche la ristrutturazione finanziaria dell’azienda. Non ci sarebbe nemmeno più bisogno dei dati d’ascolto per convincere gli inserzionisti a comprare spazi pubblicitari, perché basterebbe dire “La nostra radio è pubblica, è di tutti. Di tutti quanti”. E le aziende farebbero a gara per fare in modo che i propri prodotti possano essere prodotti di tutti.

Il paese in cui sono stato è Longarone. Un paese che un’azienda di stato (L’Enel) 50 anni fa ha raso al suolo e che un’altra azienda di stato (la RAI-Radiofonia) la settimana scorsa ha contribuito anche solo un po’ a ricostruire. Con una comunità che è stata contenta, per qualche giorno, di fare servizio pubblico. Un servizio pubblico che solo la RAI può garantire e al quale la RAI sta rinunciando.

 

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